Tesina Matteo Iori

Matteo Iori
Liceo “T. Tasso” Roma
Giugno 2004
   

UNA PAGINA DI STORIA IGNORATA :

TRIESTE 1945 – 1954

Fin da piccolo, ogni anno a settembre, parto da Roma, dove vivo, per Trieste, città natale di mia nonna materna.
Mi sono sempre divertito ed incuriosito perché era, ed è ancora , un’occasione di stare insieme ai miei cugini, di incontrare i parenti simpatici e pieni di vitalità di mia nonna. Adesso, da grande, capisco quello che devono aver passato quando erano giovani . Penso che la forza d’animo e la serietà degli intenti erano le basi su cui reggeva la difesa della propria identità e della propria storia.
Mia nonna, appena mette piede a Trieste, sembra ringiovanire , rinascere, non sentire la stanchezza delle lunghe camminate per la città. Si spazientisce quando non la seguiamo o facciamo troppa confusione. Ad ogni palazzo, strada, angolo ha qualcosa da raccontare. Ho la netta sensazione che voglia ricucire la sua vita di allora con quella vissuta in seguito in altre città d’Italia, per ultimo a Roma e metterla in relazione alla mia vita, di mia sorella dei miei cugini come se non volesse perdere la certezza che la memoria, il ricordo restino per sempre nelle nostre menti e nei nostri cuori.
Di solito,il giorno seguente all’arrivo, ci rechiamo al cimitero monumentale dove sono sepolti gli avi del ramo materno. “Luigia Lettich Budinich” leggevo con difficoltà sotto la croce della semplice ed austera tomba. L’anno scorso, per la prima volta, mi sono soffermato su quanto è scritto nell’epigrafe incisa che precede i nomi degli altri defunti ed ho riflettuto sul sentimento profondo che ha ispirato quelle parole.
Una sera , invitato assieme ai miei, a cena dai cugini della nonna, ho chiesto a Tullio, che ha circa l’età di mia nonna, di raccontarmi qualcosa di più di quello che avevo capito e intuito, ed egli con semplicità e chiarezza ha catturato la mia attenzione sui fatti e ricordi, partendo dalle origini storiche e dall’antica radice protoveneta e protoillirica delle popolazioni della Venezia Giulia.
Giulio Cesare conferì a Tergeste (l’attuale Trieste) il riconoscimento di Municipio romano e nel 78 d.C. l’imperatore Vespasiano ordinò la costruzione della Via Flavia per congiungere Tergeste a Pola. Dopo le incursioni barbariche nel 789 d.C. Trieste e l’Istria furono incluse nella Marca Austriae et Italiae dell’Impero Carolingio. Nel 1202 Tergeste giurò fedeltà a Venezia e dal 1382 divenne possedimento degli Asburgo. Nel 1719 un decreto imperiale dichiarava porti franchi Trieste e Fiume. Con Maria Teresa d’Austria, nel 1747 la città divenne principale sbocco al mare dell’impero asburgico, capitale finanziaria e di conseguenza uno dei centri più ricchi d’Europa. In epoca napoleonica susseguirono brevi occupazioni francesi, ma l’italianità di Trieste conservò riconoscimento e protezione. In questo periodo Domenico Rossetti, eminente triestino, colto letterato, filosofo e giureconsulto, costituì l’italiana società di studi e ritrovi intellettuali, il Gabinetto di Minerva, che visse 125 anni. Gli ideali mazziniani e romantici entusiasmarono i giovani triestini che costruivano con coraggio l’azione spirituale del movimento nazionale che era alla base del Risorgimento e, più tardi, dell’Irredentismo.Il declino e la fine dell’Impero Austro-Ungarico rappresentarono l’inizio del nuovo assetto territoriale europeo. La prima guerra mondiale portò a compimento l’unità territoriale della nostra nazione ad un prezzo altissimo in termini di perdita di vite umane, di fame e di distruzioni che stremarono e straziarono gli animi. Lo sbarco delle truppe italiane al porto di Trieste fu accolto con entusiasmo. Migliaia d’italiani s’inginocchiarono cantando gli inni della patria. Da quel giorno Piazza Grande fu chiamata Piazza dell’Unità. Era il 2 novembre del 1918. Il molo dove attraccò il primo cacciatorpediniere “Audace” si chiamò, da quel giorno “Molo Audace” in ricordo di quell’evento importante.
Il crollo dell’Impero Austro-Ungarico definì un nuovo assetto territoriale ispirato in parte al principio di Wilson d’autodeterminazione dei popoli. Contemporaneamente nacque un nuovo Stato, la Jugoslavia (1919) che raccoglieva popoli d’origine etnica, di lingua, di religione e di civiltà diverse: Sloveni, Croati, Dalmati, Bosniaci ed Erzegovinesi e Serbi.
 L’entrata dell’Italia a fianco della Germania nella 2° guerra mondiale, il 10 giugno 1940 segnò l’inizio del secondo lungo conflitto mondiale.
L’Italia, con l’armistizio del 8 settembre 1943 confidava nelle promesse degli Alleati di una “pace onorevole”. Ma nel testo “dell’armistizio lungo” finito il 29 settembre apparve l’espressione “resa incondizionata”. Gli americani ebbero un atteggiamento più favorevole nei confronti degli italiani, rispetto a quello degli inglesi che rifiutarono di riconoscere l’Italia come alleata.
I timori che gli italiani nutrivano verso le ambizioni del capo dei comunisti jugoslavo Tito, appoggiato dalla Russia, che si basavano sul panslavismo, furono espressi più volte in relazioni a richieste che non ebbero però la considerazione appropriata.
L’intenzione dei partigiani di Tito di avanzare fino a Gorizia, all’Isonzo e alle città di Trieste e Fiume non era ignota agli Alleati. Lo Stato Jugoslavo, come Federazione degli stati slavi del Sud, avanzò rivendicazioni sul confine e aprì nuove e sofferte controversie. Trieste continuò a lottare per l’italianità e tutta la Venezia Giulia subì un cambiamento con la perdita per l’Italia dell’Istria, Fiume e parte della Dalmazia.
A livello generale quasi tutte le potenti nazioni ne uscirono indebolite: la Germania fu sconfitta su tutti i fronti, la Francia e la Gran Bretagna non riuscirono a mantenere le colonie e di conseguenza il loro potere mondiale e l’Italia si trovò in condizioni economiche gravissime. Al contrario dell’Europa, gli Stati Uniti e la Russia uscirono rinforzate da questa guerra.
In Italia salirono al potere governi d’unità antifascista e si formò una nazione basata sulla democrazia. Inizialmente salì al potere Ferruccio Parri.Dopo qualche mese, il governo democristiano fu guidato da Alcide De Gasperi. Il 2 giugno 1946 un referendum popolare decise l’attuazione della Repubblica.
Il problema del dopoguerra non era costituito solamente dai danni economici ma anche dal trattato di pace. A Parigi, il 10 febbraio 1947, fu firmato il trattato di pace tra gli Alleati e gli Italiani. L’Italia, giacché nazione vinta, avrebbe dovuto risarcire tutte le nazioni che aveva attaccato, in altre parole Russia Grecia, Jugoslavia, Albania, Etiopia e doveva rinunciare a tutte le sue colonie. La perdita della guerra ebbe un peso enorme nelle trattative per la definizione del confine orientale. Il trattato non incontrò ad ovest problemi di grande importanza, a nord, grazie alla posizione d’inferiorità dell’Austria, riuscì a tenere l’Alto Adige ma ad est i problemi erano rappresentati dal fatto che la Jugoslavia nel ’45 aveva occupato gran parte della Venezia Giulia e rivendicava altre città italiane.
 Per comprendere ciò che avvenne a Trieste e nella Venezia Giulia bisogna soffermarsi e ricordare le migliaia di vittime delle foibe, l’atmosfera di terrore vissuta dalla popolazione e le persecuzioni subite da chi aveva italianizzato il proprio nome. Sorsero Comitati per aiutare i profughi giuliani a non cedere alle pressioni e all’obbligo, da parte delle forze di Tito, di arruolarsi nell’esercito jugoslavo. Il celebre discorso di Benedetto Croce sull’intangibilità dei confini d’Italia nel settembre 1944 risvegliò l’opinione pubblica portando a conoscenza il problema riguardante la Venezia Giulia. Le preoccupazioni del governo inglese sull’espansione delle frontiere jugoslave da parte di Tito portarono, nell’aprile 1945, alla proposta di fare Trieste una città libera.
La 2° guerra mondiale si concluse con la liberazione dell’Italia da parte degli americani il 25 aprile 1945. A Trieste, invece, la situazione si aggravò e rimase instabile, incerta, contrastata e sofferta per un lungo periodo. Il 22 aprile ’45, infatti, le forze jugoslave sbarcarono a Brioni, Lussino e Cherso ed il 30 aprile 1945 Radio Belgrado ed in seguito Radio Londra annunciarono la “Liberazione” di Trieste da parte dei partigiani di Tito.
Gli italiani della Venezia Giulia non si sentirono liberati!
Qui avrei voluto che Tullio si riposasse e prendesse fiato, perché mi ero reso conto che stava parlando da più di un’ora. Ma il ricordo sembrava snodarsi come se egli fosse animato da una forza e desiderio di rivivere attraverso il racconto la storia della sua vita, della sua città e delle terre vicine. Volle continuare…
La città di Trieste fu occupata il 1° maggio 1945 da truppe jugoslave mal equipaggiate e stanche. Tale occupazione durò 43 lunghi giorni. Fu un successo militare, ma un fatale errore politico in quanto la città colpita, occupata, spogliata non accettò quest’azione violenta di sovvertimento. Il 3 maggio venne occupata Fiume ed in pochi giorni tutta l’Istria.
I primi otto giorni gli jugoslavi tentarono di persuadere i Triestini di aderire all’annessione alla Slovenia, in seguito, sotto pressione degli Alleati, prevalse l’idea di far diventare Trieste la settima repubblica autonoma in seno alla Jugoslavia.
Occuparono gli edifici pubblici, tranne quelli del Lloyd dove s’erano insediati i Neo-Zelandesi. Arrestarono circa 12.000 persone. Cacciarono il C.L.N.. Attaccarono proclami che invitavano gli uomini dai 16 ai 60 anni ad arruolarsi nell’esercito jugoslavo. Si proibì di ritirare più di tremila lire il mese. L’esercito jugoslavo assunse il controllo di tutte le imprese economiche ed industriali di Trieste, furono istituiti i tribunali popolari e abolito il Codice penale e civile italiani ed inoltre, fu fatto obbligo di possedere una nuova carta d’identità in italiano e in sloveno.
La resistenza di Trieste fu forte.
 Gli Alleati contestarono l’operato di Tito e la Russia, che approvò pienamente l’avanzata, mostrò qualche riserbo e cautela.
Gli Alleati, in tutto ciò, si dimostrarono distaccati, non parte in causa, semplici spettatori d’avvenimenti nei quali non volevano, presumibilmente, compromettersi troppo. Sia gli Alleati sia i Neozelandesi si comportarono da ospiti degli Jugoslavi. In un secondo momento, visti gli errori del Maresciallo, il loro atteggiamento fu più energico.
 Tra il 25 ed il 30 maggio si procedette nei negoziati circa l’ubicazione della linea che avrebbe dovuto segnare le nuove zone jugoslave ed alleate.
 Di fatto, il 12 giugno 1945 le forze jugoslave lasciarono Trieste. I Triestini esultarono. Ma la città giuliana entrò, ancor più, a far parte della complessa partita a scacchi che si stava giocando tra Occidente ed Oriente. Per tre anni esperti americani, inglesi, francesi, russi e italiani studiarono le strategie per un accordo. Risultarono quattro soluzioni diverse, quattro ipotesi di confine differenti.
 Il Ministro degli Esteri De Gasperi ed il Presidente del Consiglio Bonomi intervennero presso gli Alleati a Roma per sensibilizzare sulla gravità e delicatezza delle trattative. Il territorio di Trieste e la sua provincia vennero divise, con l’accordo di Belgrado del 9 giugno 1945, in una zona A che comprendeva la città ed i suoi dintorni, supervisionata da Governo Militare Alleato (Americani ed Inglesi), ed una zona B, comprendente la città di Capodistria, Pirano, Isola, Umago, Cittanova, Buie ed altri centri minori, sotto il governo militare jugoslavo. L’Italia si vide privata d’alcune terre che avevano fatto parte, per diversi secoli, dei territori veneziani. Il cambiamento di potere politico-militare comportò immediatamente reazioni socio-culturali. Molti cittadini italiani si sentirono costretti a scappare dalle loro terre natali per tornare a far parte del loro stato d’origine: ebbe inizio l’Esodo.
Questo grande spostamento di massa avvenne anche per sottrarsi alle tremende violenze che gli italiani stavano subendo in quanto vinti. Si trattò di una “espulsione” che non venne ordinata, come fu per i Tedeschi in diversi paesi dell’Est, ma fu soprattutto volontaria, dettata da molti fattori: la paura dei ben noti infoibamenti per cui i corpi vivi o morti venivano gettati nelle profonde cavità carsiche naturali, la mancanza di libertà di pensiero, la violazione dei diritti umani e l’imposizione di regole e norme. Le foibe di Basovizza, Monrupino, Terli, Vines rimangono la triste testimonianza che gli italiani di queste terre subirono da parte degli slavi.
L’esodo così costituì anche una scelta verso la libertà e la democrazia.
Dopo l’accordo di Belgrado, De Gasperi, pur riconoscendo gli sforzi compiuti dell’America e dell’Inghilterra per giungere ad una conclusione accettabile per l’Italia, denunciò alcuni punti oscuri e poco chiari che riguardavano il confine e soprattutto dichiarò che tale accordo consacrava il colpo di mano di Tito. Gli Alleati si limitarono a formulare l’ipotesi e la possibilità di revisione in una seconda fase.
Il governo americano, accolti i suggerimenti ed i timori di De Gasperi, propose la linea Wilson con alcune modifiche a Nord a favore della Jugoslavia ed a Sud a favore dell’Italia; Trieste, con porto libero, sarebbe rimasta all’Italia. Gli Inglesi sostennero la linea Morgan, aggiudicando all’Italia l’Istria occidentale ad ovest della rotabile Trieste-Pola. Il giorno 11 settembre 1945 si riunì a Londra il consiglio dei Ministri degli Esteri. Due giorni dopo iniziarono le discussioni sul Trattato italiano. Kardelj,
portavoce jugoslavo, ribadì la tesi che la Venezia Giulia e Trieste dovevano essere assegnate alla Jugoslavia. De Gasperi, nel suo discorso equilibrato, serio e ben documentato, spiegò le ragioni per giungere ad un equo accordo e aderì alla proposta della linea Wilson.

Sorsero discussioni violente e gli accordi fallirono. Lo scoglio della questione balcanica restò tale e parve chiaro che la questione italiana passò in secondo ordine. Il giorno di Natale del 1945 fu annunciato che sarebbe stata convocata la Conferenza della Pace. A marzo 1946 fu nominata la Commissione di esperti che doveva recarsi in Venezia Giulia e che avrebbe dovuto presentare un unico rapporto. In realtà furono presentate quattro distinte relazioni in quanto non fu trovato alcun accordo.
Forti divergenze emersero chiaramente alla riunione del consiglio dei Ministri degli Esteri a Parigi nella primavera del 1946. Si aprì, su ispirazione francese, la possibilità ad un compromesso avanzando l’ipotesi e l’idea della internazionalizzazione di tutto il territorio di Trieste. Tito si recò da Stalin per insistere sulla richiesta di annessione di Trieste alla Jugoslavia, ma non trovò l’appoggio sperato anzi fu rimproverato per voler provocare con la sua insistenza una terza guerra mondiale.
De Gasperi definì inaccettabile la soluzione ed inviò proteste ed anche appelli.
L’Italia fu profondamente delusa. Il governo protestò per i 150-180 mila italiani che rimanevano sul territorio concesso alla Jugoslavia ed espresse il timore che gli Jugoslavi ritornassero a Trieste. Anche la Jugoslavia ne uscì scontenta in quanto le sue richieste non erano state considerate.
Durante la successiva Conferenza della pace (29 luglio- 15 ottobre 1946) l’idea di un “Territorio Libero di Trieste” prese corpo ed emerse ripetutamente. Pesò, più che nelle precedenti conferenze, la cobelligeranza italiana. La difesa accorata, contenuta nel discorso di De Gasperi, venne accolta con grande freddezza. Nonostante tutto egli mantenne fermi i seguenti punti: affermazione dell’italianità, dal punto di vista etnico, del Territorio Libero e necessità di estenderlo fino a Pola; garanzie allo Stato Libero da parte dell’O.N.U.; parere delle popolazioni interessate; chiarimenti sulla questione delle cittadinanza triestina.
Durante la riunione del consiglio dei Ministri degli Esteri A New York, che si tenne il 4 novembre 1946, tra Russi ed Occidentali l’atmosfera fu molto tesa. Furono compilati i testi definitivi dell’accordo che suscitarono un coro di proteste soprattutto da parte italiana. Pietro Nenni, Ministro degli Esteri italiano, protestò sia per l’accordo che stabiliva che 5.000 jugoslavi rimanessero nella Zona B, sia per la scarsa considerazione delle richieste di modifica delle clausole del trattato precedente.
Così, il 10 febbraio 1947, si arrivò alla firma del Trattato di pace di Parigi. La Jugoslavia dichiarò esplicitamente di non rinunciare ai suoi diritti sulla Venezia Giulia e nonostante la ratifica al trattato, da parte della Jugoslavia, non fosse indispensabile in quanto era la Russia presente al tavolo delle trattative, essa arrivò. Il Trattato di Pace entrò in vigore il 15 settembre: a Trieste ci fu delusione e tensione.
Esso fissò la costituzione dello Stato Libero di Trieste amministrato dal G.M.A. (Governo Militare Alleato) la cosiddetta Zona A e dagli Jugoslavi fino al fiume Quieto La Zona B, sottoposte a controllo delle Nazioni Unite entrambe. Fu istituita la figura del Governatore che prevedeva funzioni e poteri negli interessi sia degli Occidentali sia dei Russi e Jugoslavi. La scelta della persona che avrebbe dovuto ricoprire il delicato incarico non fu per niente facile: ciascuno voleva una nomina che soddisfacesse i propri interessi. La Jugoslavia mosse varie accuse contro il Governo Militare Alleato e, per allontanare gli Anglo-Americani dal T.L.T, insistette per la nomina. I Triestini, invece, temevano l’indebolimento dell’appoggio alleato e la costante aspirazione della Jugoslavia di avere Trieste. Seguirono anni di intensa attività diplomatica che sfociarono nella famosa Dichiarazione tripartita (20 marzo 1948) dei governi inglese, francese e americano che propose il ritorno di tutto il T.L.T. all’Italia. La Russia e la Jugoslavia rifiutarono di accettare. L’Italia, invece caldeggiò la proposta. Dopo varie fasi di discussione si arrivò, all’inizio del 1949, ad altri pesanti scambi di accuse: il rappresentante americano Austin denunciò la violazione dei diritti umani nella zona B e constatò l’instaurazione di un Governo di polizia. Quest’ultimo fatto era contrario alle linee prescritte nel Trattato di Pace che prevedevano l’unificazione con la Zona A e la formazione di un territorio democratico ed indipendente.
I Russi proposero di creare una connessione tra il Trattato di pace con l’Austria e il problema di Trieste, ma con poco successo. Così, dopo l’altra proposta jugoslava dei “Governatori alternati” ogni tre anni, si arrivò alla primavera del 1951, periodo in cui vennero date ampie assicurazioni sui futuri accordi diretti tra Italia e Jugoslavia.
Mentre i discorsi di De Gasperi riguardo l’adesione del nostro Paese al Patto Atlantico suscitarono molte perplessità e malumori, quello tenuto a Milano dal Ministro Sforza, l’8 aprile 1950, rappresentò la prima “apertura” ufficiale italiana.
A Trieste le autorità italiane ed il G.M.A. si trovarono spesso distanti e non collaborarono per trovare soluzioni comuni.
La situazione di Trieste rimase pressoché invariata fino alla fine di ottobre del 1953, anno in cui i governi americano ed inglese proposero di restituire il controllo del TLT all’Italia. Ma a questa proposta della Nota Bipartita dell’8 ottobre gli Jugoslavi si opposero fortemente minacciando di occupare il territorio. L’Italia, volendo riappropriarsi a tutti i costi del capoluogo giuliano, iniziò un’intensa mobilitazione patriottica. Il generale inglese Winterton, consapevole delle intenzioni italiane, scelse di adottare la linea dura. Il 1 novembre fu negato l’accesso alla Zona A da parte dei dimostranti italiani. Il giorno seguente il sindaco di Trieste, Bartoli, chiese al GMA di esporre la bandiera italiana sul municipio della città per festeggiare il 35° anniversario dell’ingresso da parte delle truppe italiane nella città giuliana. Il 3 novembre la bandiera italiana venne esposta ma dopo qualche ora venne tolta per ordine del GMA. Il gesto fu nuovamente tentato nel pomeriggio in Via Battisti, sul monumento di Domenico Rossetti, ma anche questa volta, con l’intervento della polizia, venne levata. La giornata si concluse senza nessuno scontro nelle manifestazioni che avevano percorso le strade della città. Il 4 novembre iniziarono i primi tafferugli tra manifestanti e polizia civile a causa del sequestro di due bandiere italiane. Per la prima volta ci fu la presenza del Nucleo Mobile, più repressivo della polizia civile. Gli scontri avvennero in Via e Piazza Cavana, lungo il Corso ed in P.za S.Giovanni. Ci furono nove feriti e 23 arrestati. Il 5 novembre, con lo sciopero degli studenti, la tensione salì a tal punto che si sparò anche all’interno della Chiesa di S.Antonio Taumaturgo, causando feriti e panico. Durante il pomeriggio, Pierino Addobbati, studente di 15 anni e Antonio Zavadil di 61 anni vengono colpiti da proiettili sparati dal Nucleo Mobile. Winterton comunicò che era stato dato l’ordine di sparare solo a scopo intimidatorio. In seguito a frenetiche trattative fu dato ordine di proteggere la sede del GMA. A Piazza Unità seguirono altri scontri in cui persero la vita il segretario della Giunta d’Intesa Studentesca Francesco Paglia, Saverio Montano, Lorenzo Manzi di appena 16 anni e Erminio Bassa.
Alla Conferenza di Londra, partendo da questioni amministrative e tecniche, si chiese uno snellimento del G.M.A. La campagna anti-italiana della stampa jugoslava fu vasta e pressante.
La rottura di Tito e Stalin creò una nuova atmosfera caratterizzata da colloqui e negoziati che si conclusero, dopo anni di timide proposte o audaci pretese, con il “Memorandum” di Londra del 5 ottobre 1954: La Zona A ridotta a minimi confini attorno alla città di Trieste, passò sotto l’amministrazione italiana, La Zona B sotto l’amministrazione provvisoria jugoslava. Trieste, composta da popolazione italiana per 85 per cento, tornava sotto l’amministrazione originaria italiana.
A Trieste fu grande festa…. le strade, le piazze stracolme di persone che si abbracciavano e piangevano. Il presidente della Repubblica Luigi Einaudi, presente in quell’occasione fu applaudito e acclamato.
Tullio si alzò dalla poltrona ed andò ad aprire un cassetto del vecchio bureau, tirò fuori una piccola coccarda italiana ed una cartolina con l’immagine della folla festante sul lungomare. Mia nonna si avvicinò e nel vederla si commosse: era lì anche lei con suo padre e le due sorelle più grandi di mia madre che aveva, nel ’54, appena due anni ed era a casa con la mia bisnonna.
 

E’ difficile – mi disse – separare le vicende della storia di Trieste, dalla fine della guerra al Memorandum di Londra, dalla triste storia dell’esodo che interessò gli italiani in Istria, nelle isole del Quarnero e in Dalmazia.

Trieste esultò, le truppe inglesi si allontanarono, ma altri italiani che vivevano nella Zona B si prepararono all’esodo. Il vescovo Santin espresse frasi di preoccupazione e di dolore per i fratelli delle terre vicine.
350/400 mila italiani dovettero abbandonare le proprie case, la propria terra ed il proprio mare sapendo di non far più ritorno nel luogo natio.
“Bello quando sul mare
si scontrano i venti
e la cupa vastità delle acque si turba,
guardare da terra il naufrago lontano:
non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina
ma la distanza da una simile sorte” (Lucrezio)
Sotto le minacce degli attivisti slavi che minacciarono rappresaglie, la popolazione fuggì in massa.
Tuo nonno, ad esempio, aggiunse Tullio – è sempre presente nei ricordi di tutti per l’energia e coraggio che dimostrò, per la fuga notturna dall’isola di Lussino e per la volontà di rincontrare periodicamente coloro che avevano condiviso quel momento così drammatico.
Mio nonno, Giuseppe Martinoli che non ho mai conosciuto, nacque a Spalato nel 1911. L’8 settembre del ‘43 si trovava a Lussino dai suoi cari. Non gli fu permesso far ritorno a Cagliari dove lavorava come assistente universitario da circa due anni. Fuggì la notte antecedente al giorno in cui doveva presentarsi al comando militare jugoslavo, in quanto era richiesto agli uomini tra i 18 ed i 55 anni di presentarsi per collaborare per la “grande Jugoslavia”. Ricercato e perseguitato, la notte del 28 maggio 1945 salpò l’Adriatico assieme ad altri otto isolani su due barche a remi e raggiunse il porto di Ancona.
 Mia zia, sorella di mio nonno, scrisse un breve resoconto di quella drammatica traversata e del tragico distacco dalla cara madre e da lei, vedova con due figli piccolissimi, che restavano lì.
 Spesso leggo queste pagine semplici e toccanti che testimoniano una lacerazione nella storia che non deve essere dimenticata.
Questa verità ed il profondo spirito mi hanno colpito e reso consapevole della gravità dei fatti in gran parte taciuta.
Per realizzare una nuova Europa, penso sia necessario e doveroso riconoscere e rispettare la storia e la memoria delle persone che hanno vissuto momenti così tragici e dolorosi.   
                                                  BIBLIOGRAFIA
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·        Rocchi, Flaminio – L’esodo dei 350 mila Giuliani, Fiumani e Dalmati. Roma, Edizioni Difesa Adriatica, 1990
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·        Fiume prima e dopo Vittorio Veneto – Roma, Edizioni della società di studi fiumani, 1968
·        28 maggio 1945 – (Riproduzione del manoscritto di Marianci Martinoli Pogliani)
·        Petacco, Arrigo – L’esodo; la tragedia negata degli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia – Milano, Arnoldo Mondatori Editore, 2000
·        I trattati di Pace per i confini tra Italia e Jugoslavia. (Miscellanea di riproduzioni a cura della Società di Studi Fiumani – Archivio Museo storico di Fiume – Roma).
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